Gigi Proietti alla Iulm

 

È un po' in imbarazzo all'idea di tenere una lezione Gigi Proietti, le dissertazioni, le teorie, sono faccende da professori, non fanno per lui. "Fatico a parlare di queste cose, vorrei essere più semplice, più diretto" perché il bello del suo lavoro, dice, è proprio questo: "Comunicare la comunicazione". Il teatro per incantare non ha bisogno che di due cose: un'opera che parli ed un pubblico che la ascolti. Tutto quello che serve è già lì dentro.

Bisogna quindi rifuggire da costumi, scenografie e interpretazioni troppo affettate poiché ogni elemento, trasportato su un palcoscenico, parla agli spettatori e rischia di assumere significati non desiderati, lontani dallo spirito dell'opera. "Il palcoscenico non va infarcito di elementi, ma scarnificato". È una concezione quasi ermetica della drammaturgia e come Giuseppe Ungaretti andava alla ricerca di "parole scavate" che trasmettessero il loro significato primigenio, così Proietti ambisce alla messa in scena di "segni di comunicazione riconoscibili, pochi, ma pensati". Il teatro è "mistero", è una forza incantatrice che lega a sé attori e spettatori in uno stato di totale empatia. Il rispetto per le opere assume quindi una connotazione quasi sacrale. La magia delle rappresentazioni è qualcosa di intrinseco che appartiene alla loro natura più intima.

Le opere sono dotate di una grande forza comunicativa che deve essere lasciata libera senza essere piegata ad interpretazioni lontane dalle intenzioni originarie dell'autore.

"Quando decido di portare in scena uno spettacolo di Shakespeare mi chiedo se è ancora il caso di rappresentarlo", ma se il dramma può ancora comunicarci qualcosa e dialogare con lo spettatore, per Proietti non ci sono dubbi: sarà una lettura fedele del testo, non una reinterpretazione. Il regista romano critica le attualizzazioni dei classici, che non devono assolutamente essere decontestualizzati e riletti per il pubblico dei giorni nostri. Il regista deve quindi limitarsi ad essere tramite ed aiutare in ogni modo lo spettatore ad entrare in contatto con quanto l'opera ha da dire, senza che la sua voce si sovrapponga o contrasti con quella dell'autore. E a chi vuole esprimere qualcosa attraverso la rilettura di un classico chiede: "Ma perché non vi scrivete qualcosa per conto vostro?".
Proietti si dimostra conservatore ed innovatore al tempo stesso: mostra deferenza nei confronti dell'opera, ma al tempo stesso ricontestualizza componenti appartenenti alla tradizione più antica: è il caso del Nabucco portato in scena dall'attore romano nel dicembre scorso. Spiega: "Ho cercato di fare i diversi cori dell'opera con un unico coro dal quale venivano generati i personaggi", un coro quindi vivo, che è "struttura drammaturgica".

Rispetto per l'opera dunque, ma anche per lo spettatore che quando va a vedere il Nabucco vuole vedere e sentire il Nabucco. Nient'altro.

 

 

Elisa Zanetti

 

 

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