Barbie “The Icon”: in mostra a Milano, un simbolo di emancipazione e femminilità

Mamme e figlie popolano lo spazio espositivo Mudec di Milano e non è difficile capire il perché: il museo delle culture ospita, fino al 13 marzo 2016, una mostra dedicata a Barbie e intitolata The Icon. Un’icona perché, dal 1959, quando ha debuttato al National toy center di New York, non è mai passata di moda. Anzi, si è dimostrata sempre al passo con i tempi, adattando il suo stile e il suo aspetto ai vari cambiamenti storici e culturali che ha attraversato. Il curatore dell’esposizione, Massimiliano Cappella, ha previsto cinque aree tematiche per guidare i visitatori, dai più grandi ai più piccoli: la moda, la famiglia, la carriera, la cultura e le celebrità. Tanti capitoli per raccontare, con registri narrativi diversi, l’evoluzione della bambola più famosa al mondo.

Dopo aver varcato l’ingresso, segnalato da un manifesto rosa, si entra nella prima sala, una sorta di anteprima: Barbie si racconta. Le bambole, racchiuse in teche di vetro, sono circondate da una timeline divisa per decenni, che presenta in maniera chiara gli eventi storici da cui i designer hanno preso ispirazione. Si va dagli anni sessanta, con il femminismo e lo sbarco sulla luna, alla flower power age. Il percorso è pensato per spiegare anche ai bambini gli avvenimenti più importanti, come la lotta per il riconoscimento dei diritti femminili. Proprio negli anni settanta, Barbie è già paladina delle donne e sfreccia sulla auto rosa. Negli anni ottanta invece, arriva, contro il razzismo, la prima bambola di colore. Si passa quindi agli anni novanta e duemila, soprannominati rispettivamente digital e social age. A riproduzioni dei miti delle teenager, qui si alternano modelli che celebrano, attraverso outfit semplici, la quotidianità: un jeans e una camicia bianca ma anche un classico tubino nero.

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Finito l’excursus storico, il percorso espositivo vero e proprio ha inizio. In una vetrina che occupa tutta la prima stanza sono esposte le collezioni di abiti realizzati su misura dai grandi stilisti di moda come Billy Boy e Bob Mackie. A emergere fra tutte è la creazione di quest’ultimo ispirata a Dracula. Oltre alla maestosità dell’abito, colpiscono i particolari minuziosi che lo impreziosiscono.

A questo punto dell’esposizione, i visitatori più piccoli sono distratti dagli oggetti della stanza successiva, quella dedicata alla famiglia. Dalla casa formato “gigante” al lettino realizzato su misura di bambina. C’è poi un computer touch-screen con cui le bimbe possono divertirsi creando un armadio digitale e scegliendo gli abiti da inserirvi. Pochi lo sanno ma il grande successo di Barbie è legato alla possibilità di comporre i diversi abbinamenti, lasciando alle piccole proprietarie la libertà di creare nuovi look e stili infiniti. Una vetrina che racchiude tutti, ma proprio tutti, i componenti della famiglia di Ken e compagna chiude la seconda sezione.

image3 (1)Uscita di casa, Barbie corre al lavoro. La terza stanza riassume in una grande teca verticale le oltre centocinquanta professioni svolte dalla bambola. La si può ammirare in versione militare, assistente di viaggio e persino astronauta. Sebbene sia forse la meno valorizzata, questa è una delle sezione più significative dell’intera mostra perché mette in scena la filosofia che ha incoraggiato tre generazioni di ragazze a scoprire ed esplorare, in un mondo dove finalmente anche le donne possono ricoprire qualsiasi ruolo.

Mentre le mamme leggono i pannelli seminati sulle pareti, le figlie si divertono ad ascoltare le storie di Paesi lontani sotto un fungo acustico. E’ il preludio della quarta tappa, dedicata al mondo e alle culture. Dall’indiana alla giapponese, non c’è nazionalità che i designer di Barbie non abbiano cercato di rappresentare. Due di loro, eccezionalmente presenti in sala per una visita guidata, fanno domande ai bambini e trasmettono nei loro racconti tutta la creatività e la passione che sono alla base del loro lavoro.

Chiudono la mostra celebrità in miniatura: da Grace Kelly a Jennifer Lopez, passando per Audrie Hepburn. Le piccole riproduzioni delle dive rappresentano soltanto l’ultima tappa di un percorso in cui la bambola si è trasformata per uscire dallo stereotipo di angelo del focolare e dichiarare la sua indipendenza. Onore al merito del curatore che, durante l’intera mostra, ha sottolineato l’importanza del motto I can be; espressione di una donna, e della sua compagna di gioco, che si butta a capofitto in tutte le possibilità che la vita le offre. O quasi.

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Giulia Ronchi

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