CHI HA SPARATO ALLA VERITA’

Di Elvira Pollina

Come se Ilaria non lo sapesse che la Somalia, oggi come allora, è una terra pericolosa. Che per le strade di Mogadiscio, piene di buche e di polvere,  è facile morire. Lo sapeva, Ilaria.  Era lì il 12 luglio 1993, quando vennero massacrati quattro giornalisti, due reporters britannici della Reuters, un fotografo tedesco dell’Associated Press, e un tecnico del suono. Viaggiavano su una Toyota. Tentavano di raggiungere una zona della città bombardata poco prima dagli americani. L’auto venne aggredita da una folla inferocita, a colpi di bastoni e pietre.

“In battaglia con il taccuino. Così muoiono i soldati della notizia”. Con queste parole Ilaria avrebbe poi descritto quella scena terribile, cui aveva assistito, a pochi metri di distanza. La notizia del massacro arriva tra gli altri giornalisti. Le prime informazioni sono confuse. Non si sa chi e quanti siano i morti. I reporter italiani all’Hamama, l’albergo di Mogadiscio Nord che li ospitava, cominciano a contarsi. Ilaria non c’è.  Si teme che possa essere stata aggredita anche lei. Massimo Alberizzi, inviato del Corriere, dà l’allarme. Ilaria non si trova. Poi la sua voce compare sulle frequenze radio utilizzate dai giornalisti: “E’ tutto a posto, non vi preoccupate”.

Non vi preoccupate. Quante volte l’avrà ripetuto Ilaria ai suoi genitori? Loro non ci avevano neanche provato a trattenerla. Era determinata, Ilaria. Voleva ritornare in Somalia, nonostante la situazione stesse peggiorando. Nonostante ci fosse già stata altre volte, l’anno prima, a più riprese. Ma non le bastava. Voleva raccontare il ritiro del contingente italiano, il fallimento della missione internazionale di pace che lasciava la Somalia in una situazione peggiore, se possibile, di quella precedente alla missione stessa. Voleva raccontare di una terra che stava per essere definitivamente  abbandonata al suo dolore. E, soprattutto, voleva raccontare di chi, sul dolore di quella terra, aveva fatto grandi affari.

Era appena tornata dalla ex–Jugoslavia e già voleva ripartire, ma non c’era nessun operatore RAI disponibile ad accompagnarla. E’ il destino degli inviati. Devono muoversi in coppia, come gli sbirri, con un operatore. Complementari e indispensabili l’uno per l’altro.  Allora Ilaria aveva pensato a Miran Hrovatin, un cineoperatore freelance della Videoest di Trieste, conosciuto in Bosnia, qualche settimana prima.

“Pronto Miran? Ho bisogno di qualcuno che venga con me in Somalia”. Miran non ci aveva pensato due volte ad accettare. L’idea di vedere un posto nuovo lo entusiasmava. E poi con Ilaria aveva trovato un buon feeling. Così l’11 marzo s’imbarca insieme ad Ilaria a Pisa, su un aereo militare. Destinazione Mogadiscio.

“Torno presto, non preoccuparti, è come una vacanza”. Miran aveva rassicurato la moglie Patrizia, prima della partenza. Voleva sdrammatizzare. Sapeva che lei era  contraria a quel viaggio, anche se non era certo il primo in una zona a rischio. Sapeva che lei aspettava con più apprensione le sue telefonate, dopo la morte di  Marco Luchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo, a Mostar, sotto i colpi delle granate, appena qualche settimana prima. “Sarò prudente, ma il lavoro è lavoro” aveva tagliato corto. E a Miran il suo lavoro piaceva.

“Bosaso, Mugne, Shifco (fondi FAI)…1400 miliardi di lire…dove è finita tutta questa impressionante mole di denaro?” Questa domanda Ilaria l’aveva appuntata su uno dei suoi taccuini, ma se la portava dentro. Voleva vedere con i suoi occhi quella strada, la Garoe – Bosaso, perfettamente asfaltata, che collegava il nulla al nulla. Voleva vedere quelle navi, donate dalla cooperazione italiana alla Somalia come pescherecci, ma che in realtà venivano usate per trasportare rifiuti tossici e armi. Quelle armi che stavano insanguinando la Somalia.

Dopo quattro giorni a Mogadiscio, Miran e Ilaria volano a Bosaso. Per vedere con i loro occhi quello di cui si sussurrava: che sulla tragedia della Somalia qualcuno in Italia ci guadagnava. Insomma, Ilaria e Miran cercavano la verità. E non volevano tenersela per se’.

Le domande più scomode si tengono per ultime. E’ un modo per non irritare l’intervistato sin dall’inizio del colloquio. Un trucco del mestiere. Infatti Ilaria, prima di arrivare alla domanda sulle navi donate dalla cooperazione, parla di tutt’altro con Abdullay Mussa Bogor, meglio conosciuto come il sultano di Bosaso. Non appena Ilaria nomina quelle navi, Bogor improvvisamente diventa evasivo. Gioca a non rispondere, tanto che Miran smette di girare. Poi ricomincia. Si è reso conto che il sultano sta dicendo qualcosa d’interessante. Ma Bogor si accorge che la telecamera è stata riaccesa. Fa capire che non vuole essere ripreso mentre dice quelle cose.  Per Ilaria è la conferma che le voci sul traffico d’armi  sono vere. Il giorno stesso telefona al Tg3, dice che lei e Miran stanno per rientrare a Mogadiscio, che ha un buon servizio. Quel servizio non andrà mai in onda.

 “Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri”.

Così Joseph Pulitzer esortava i giornalisti a fare il loro mestiere. Cercare la verità, a costo di venirne inghiottiti. Perché le verità umane, purtroppo, non sono quasi mai piacevoli. Fanno male. A chi le scopre, in primo luogo.

 

Chissà cosa farebbe Ilaria, se fosse ancora qui. Chissà cosa direbbe della sua Somalia, delle Corti islamiche, dei bombardamenti americani. Oggi Ilaria avrebbe 46 anni. Chissà se sarebbe rimasta inviata di guerra o avrebbe condotto il tg da Roma.

E Miran? Lui di anni oggi ne avrebbe  58. La loro vita si è fermata su una Toyota scassata a Mogadiscio, il 20 marzo 1994.  Sono passati 13 anni, e ancora non sappiamo chi ha sparato alla verità.

 

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