Dolori e cuori dietro le sbarre. Un giorno a Bollate

La visita al carcere di Bollate è il coronamento di un corso di formazione lungo un mese, e organizzato dal nostro Master insieme a Susanna Ripamonti, giornalista e responsabile di “Carte Bollate”, il periodico scritto e curato dai detenuti.
Un mese durante il quale abbiamo imparato le norme fondamentali che regolano l’istituzione carceraria in Italia, e abbiamo discusso e dibattuto sui principi stessi che ne stanno alla base: non soltanto il principio di afflittività della pena, non soltanto la tensione alla deterrenza, ma anche l’importanza fondamentale della rieducazione.
Da Giuliano Pisapia a Valerio Onida, siamo stati guidati dalle relazioni di prestigiosi giuristi, oltre che di educatori e psicologi. E poi, finalmente, eravamo pronti ad andare. Accolti in un grande salone, abbiamo fatto la nostra conoscenza e le prime chiacchierate coi carcerati… prima di mangiare la pizza insieme… e poi di farci incredibilmente condurre da loro stessi, alla scoperta delle celle in cui vivono, e degli spazi lavorativi o formativo-ricreativi in cui passano la parte più sostanziosa delle loro giornate… in questa che è la casa di reclusione più all’avanguardia d’Italia, l’unica che rispetta, nel vero senso di questa parola, i dettami della Costituzione sui diritti dei carcerati.
Una casa di reclusione che presta molta attenzione anche agli sconti di pena, e ai modi alternativi al carcere di scontare la pena: un’attenzione premiata soprattutto dai dati, considerando che a Bollate c’è il tasso di recidiva più basso del Paese. Sulla versione cartacea di Lab Iulm tutti gli approfondimenti su questa esperienza, mentre, qui di seguito con la fotogallery, un articolo di commento.

 

 

 

Lettere dal carcere si scrivono dai tempi delle bolge dantesche, e leggerle appassiona perchè sembrano più che mai pregne di commovente verità. È senza dubbio più modesto, invece, il racconto di chi in carcere c’è stato per una visita: dall’alto valore giornalistico, oltre che umano, ma pur sempre una visita.
Quella di Bollate è una casa di reclusione molto particolare, perchè è l’unica a rispettare i dettami della costituzione italiana: la privazione della libertà è rieducativa, prima ancora che retributiva o deterrente. Però, quando si visita un carcere per la prima volta, è difficile non essere colpiti da immagini e fatti che si erano sempre dati per scontati, e che inaspettatamente racchiudono in sé un altissimo valore. Perchè quel muro di cinta è altissimo, anche a Bollate. Perchè dieci-venti-trenta anni sono un’eternità, anche a Bollate. Perchè un carcerato la notte non va a dormire con sua moglie o con suo marito, nemmeno a Bollate. E i figli li vede col contagocce. E quando visiti un carcere, umanamente ti fermi un istante e ci pensi, a queste cose che prima avevi dato per scontato. Quando scopri che anche i detenuti possono essere persone cordiali, ti cadono in un attimo i mille luoghi comuni che avevi da sempre portato con te, e che erano stati assecondati e arricchiti dalla stampa o dalla Divina Commedia. Quando a San Siro ti capita il posto con la balaustra davanti, smetti di lamentarti perchè hai scoperto che quelle persone vivono tutti i giorni con il burqa di una sbarra davanti agli occhi.
E allora, meno male che Bollate c’è. A differenza delle altre carceri italiane, a Bollate i detenuti sono coinvolti nella redazione di un giornale, nella preparazione di opere teatrali, nell’organizzazione di corsi d’informatica o di lingue, e tanto altro. Durante la visita siamo stati con questi giornalisti molto speciali, abbiamo conosciuto questi attori molto speciali, e poi ci hanno anche invitato nelle loro celle. Che, come non accade nelle altre istituzioni carcerarie, e come invece sarebbe previsto dalla legge, assomigliano a camere d’albergo, col bagno e la cucina in camera, coi materassi e tanto di doghe. Camere al massimo quadruple. E il detenuto che ci dice “benvenuti a casa mia”, e il suo coinquilino che ci offre la coca cola. E le ragazze del femminile, che assomigliano alle passanti di Fabrizio De Andrè, per quanta immaginazione ci ispirano. Anche a Bollate ci sono orologi fermi che non vengono sostituiti, e queste camere d’albergo molto speciali hanno una sbarra al posto della finestra: però meno male che Bollate c’è, perchè nessuno merita di vivere all’inferno.
A questo punto, però, il cuore e la ragione vengono attraversate da un’altra sensazione. Un sentire parallelo a quello appena descritto, un sentimento che scorre per tutte le vene di questa visita mai vissuta prima: stringo le stesse mani che hanno ucciso tua moglie. Sì. E questa è un brivido legittimo e altrettanto vero, onesto e altrettanto fondamentale, per provare a fotografare l’umanità del carcere di Bollate. Stringo le stesse mani che hanno ucciso tua moglie: tu sei cordiale, piango per quei trent’anni che devi passare in un posto dove non vorrei mai stare io, eppure non posso dimenticare quest’altro fatto della mia visita.
Questa seconda sensazione costringe il visitatore a cambiare idea continuamente, durante il suo pomeriggio in carcere. Nessuno merita di vivere all’inferno: ma è altrettanto vero che nessuno merita di essere ucciso, come è evidente. Eppure quel detenuto non si limita a stringere la mano. Non si limita ad auto-compatirsi. Non si limita a fare la partita di calcio, o l’attività teatrale. E non tenta di giustificarsi: mai. Il detenuto stringe la mano. E poi parla di quel che ha fatto. Ne parla, e adesso sa che ha sbagliato. Rieducazione significa innanzitutto presa di coscienza, il maturare di un giudizio. Il brivido dello stringere quella mano, viene compensato da scarpe piene di passi avanti.
Susanna Ripamonti è la direttrice di Carte Bollate, il giornale curato dai carcerati. È una giornalista, e anche lei riconosce la legittimità di entrambe le sensazioni. Beato Giovanni Paolo II è andato fino a Montecitorio, per dire all’Italia di essere clemente nei confronti dei carcerati. Cristo stesso, sulla croce, perdonava chi ha sbagliato perchè “non sapeva quello che faceva”. La visita è finita, e non c’è voglia di brindare. Però si esce dal carcere di Bollate con più fiducia nei confronti dell’umanità. E meno male che Bollate c’è: perchè quella mano, nonostante tutto, non merita di vivere all’inferno. Ogni uomo, nonostante tutto, ha il diritto di rimettersi in gioco.

Salvatore Todaro

 

 

 

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