Due anni di emergenza, ecco cosa (non) ha funzionato

Quando è scoppiata la guerra civile in Libia, i neri sono stati i primi a fuggire. I soldati di Gheddafi costringevano gli stranieri che provenivano dall’Africa centrale a combattere per il dittatore e così, per vendetta, diversi ribelli hanno iniziato a dare la caccia a quelli con la pelle scura.

Dopo la caduta del regime, ventunomila stranieri che vivevano in Libia sono arrivati a Lampedusa.  L’isola non era in grado di ospitare un numero così alto di immigrati e perciò sono state aperte le porte del centro di prima accoglienza, provocando molti problemi agli abitanti.

Nei giorni successivi, il Governo ha deciso di concedere agli stranieri il permesso di soggiorno umanitario, creando poi una cabina di regia con gli enti locali e la Protezione civile per stabilire le modalità dell’accoglienza e il numero di rifugiati in ciascuna regione. Il compito di individuare i comuni in grado di ospitare i richiedenti asilo è stato affidato alle Prefetture.

Le regole sono state stabilite dalle stesse Regioni che si sono impegnate, attraverso un vademecum, a vigilare affinché le strutture di accoglienza fossero “in prossimità di centri abitati o comunque in luoghi facilmente raggiungibili dai servizi di trasporto pubblico”,  garantendo anche “percorsi per l’insegnamento della lingua italiana” e “servizi per la formazione degli adulti”. 

 Diversi piccoli centri individuati dalle Prefetture non potevano però fornire questo tipo di servizi, perché non avevano le strutture necessarie per gestire l’ospitalità di centinaia di persone. Un caso emblematico è Artogne, un paesino della Val Camonica, che si è visto assegnare il compito di assistere 116 profughi. In questo comune non esistono associazioni che abbiano la capacità di occuparsi dei richiedenti asilo e così diversi profughi sono stati ospitati in albergo, come è successo in altri piccoli paesi. “Lo Stato Italiano ha dato 46 euro al giorno agli albergatori”, spiegano i volontari del Naga, un’agenzia che si occupa dai rifugiati, durante una conferenza, “ spesso questi hotel non erano in grado né di organizzare delle lezioni di italiano, né di tenere dei corsi professionali”.

Ad Artogne gli immigrati sono stati ospitati in una baita a 1800 metri, isolata dal resto del paese, senza la possibilità di muoversi. Secondo Francesco Cannito, un regista che ha realizzato il documentario “Il Rifugio” per raccontare la loro storia, “i richiedenti asilo non conoscevano la realtà in cui erano inseriti. Inoltre non hanno ricevuto soldi, come è successo in altri Comuni, per comprare delle ricariche o un pacchetto di sigarette”. 

Nelle grandi città, invece, molti profughi sono stati affidati alle strutture caritatevoli già presenti sul territorio. A Milano 120 persone sono state ospitate nelle strutture dell’Opera San Francesco che si occupa dei senza tetto. “Per noi era la prima volta che ci occupavamo di richiedenti asilo” spiega Silvia Furiosi, addetto stampa di questa associazione, “abbiamo avuto diversi problemi di gestione dell’emergenza. Ad esempio, non conoscevamo la loro cultura e a volte sono scoppiate alcune risse tra persone di Paesi diversi che avevamo deciso di ospitare nella stessa area”.  Al centro San Francesco gli immigrati potevano uscire di giorno, ma pochi di loro hanno trovato un’occupazione.

La legge italiana non consente ai richiedenti asilo di svolgere una professione e molti di loro non conoscevano l’italiano abbastanza bene da poter lavorare. Oggi, finito il periodo di accoglienza, tanti rimarranno ospiti dell’Opera San Francesco perché non hanno alternative, ma è ancora lontano il giorno in cui i richiedenti asilo potranno lavorare e non dovranno più chiedere aiuto.

di Matteo Colombo

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