Gli italiani, la cultura e la corazzata Potemkin

L’Italia si approccia alla cultura come i malcapitati dipendenti del megadirettore, di fantozziana memoria, si accostavano alla visione della celeberrima corazzata Potemkin. E’ questa l’istantanea scattata all’Università Iulm in occasione della presentazione dei volumi “Si fa con tutto il linguaggio dell’arte contemporanea” della critica d’arte e professoressa presso l’Università delle arti visive di Venezia, Angela Vettese, e “Italia reloaded” di Christian Caliandro, storico dell’arte e Pier Luigi Sacco, professore di Economia della cultura della stessa Iulm. Ironia a parte, ad ascoltare la denuncia dei tre autori c’è ben poco da ridere. La psiche collettiva del nostro Paese, secondo quanto sostenuto nel dibattito, è ostaggio dei retaggi della tradizione, forza conservatrice, che inibisce ogni propensione al nuovo.

“Bisognerebbe dare un forte shock culturale a un Paese che sta riducendo le risorse che renderebbero possibile questa svolta – ha affermato Sacco – la delegittimazione operata nei confronti della cultura rende la psiche collettiva incapace di costruire dei significati che vadano oltre il qui e l’ora”. In Italia, ma in alcuni casi anche oltre i confini nazionali, esiste una “cultura della permanenza”, che provoca un evidente cortocircuito con l’aspirazione al nuovo che da sempre contraddistingue la moderna società occidentale. Questo conflitto si ripropone in modo paradigmatico nel campo dell’arte: “Il desiderio di spinta in avanti – osserva la professoressa Vettese – è talmente forte che abbiamo costruito un concetto di“nuovo” come valore, ma a conti fatti si è trasformato in un disvalore, perché da Ulisse in poi siamo stati dei violentatori, pronti a tutto pur di appagare la nostra sete di nuovo; d’altra parte, però, conserviamo anche la necessità di trattenere delle testimonianze, di coltivare una tradizione, almeno laddove abbiamo una via, una casa”.

Si profila così una “tradizione del nuovo”(come l’hanno definita i tre studiosi) secondo cui l’artista è tanto più affermato quanto più riesce a rendere nuovo il linguaggio, reinventando la veste formale della propria espressione artistica. Si tratta di un trend che si manifesta persino nell’edilizia: “Il nostro – ha spiegato ancora la Vattese – è un paesaggio pieno di capannoni, nel quale regna la confusione, persino dal punto di vista della scelta delle specie vegetali da impiantare. Ci deliziamo, poi, dei nostri centri storici, cristallizzati sull’immagine di se stessi, convinti come siamo che questa scelta possa fruttarci quanto meno un ritorno di carattere economico. L’attaccamento a ciò che siamo stati, ci rende incapaci di ridisegnare uno spazio che sia al contempo bello e funzionale, ci releghiamo così in centri contraddistinti da un “vecchio”, e non un antico in senso proprio, che finisce per rivelarsi brutto ed economicamente dispendioso. Si tratta di invalicabili barriere psicologiche, spesso demagogicamente alimentate in periodi di campagna elettorale, al solo fine di rastrellare un consenso politico miope e conservatore, culturalmente conservatore”.

Al termine della presentazione di questi due volumi, entrambi dedicati alla denuncia della nostra incapacità di ricostituire uno spazio, in senso lato, autenticamente aperto alla cultura, non manca la conclusione provocatoria: “Saremo in grado di azionarlo questo defibrillatore? – si chiede Sacco, sarcasticamente – la generazione adatta a farlo sarebbe stata quella del dopoguerra, l’unica in grado di costruire uno spazio collettivo in cui riconoscersi”. Speriamo solo che si sbagli; in fondo spetta ai giovani il compito di smentirlo.

“Italia reloaded”, a cura di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco (Edizioni Il Mulino)

“Si fa con tutto il linguaggio dell’arte contemporanea” a cura di Angela Vettese (Edizioni LaTerza)

GIUSEPPE LEO

MARCO GIORGETTI

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