La Lombardia ha il record di società partecipate. E il piano di spending review non decolla

136 non hanno nemmeno un dipendente, addirittura 169 hanno fatturati inferiori ai 500 mila euro

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La Lombardia, tra i suoi tanti primati, ne ha uno non certo positivo e che si discosta molto dall’efficienza che gli viene, giustamente, riconosciuta a livello nazionale. In base all’ultimo rapporto stilato dalla CGIL e dal centro studi IRES sono infatti 1153 le società partecipate, in vario modo e a vario titolo, da Regione, Province, Comuni e Città metropolitane. La loro funzione? Occuparsi dei trasporti o della gestione dell’acqua fino alle attività sportive, turistiche, imprenditoriali e di settore. Di queste, stando ai parametri del decreto legislativo del 2016 sulla razionalizzazione delle società partecipate, 288 dovrebbero essere sciolte o incorporate, perché non rispondono ai criteri minimi stabiliti dalle norme per il contenimento della spesa pubblica. Ma politica e burocrazia stanno frenando questo processo.

Alcuni dati sono molto indicativi per spiegare il fenomeno società partecipate lombarde: 136 non hanno neanche un addetto ma solo amministratori delegati o consigli d’amministrazione; 44 hanno più manager che lavoratori, 34 che hanno chiuso, negli ultimi quattro anni, i loro bilanci sempre in rosso e ben 169 hanno un fatturato medio inferiore a 500 mila euro. È un lungo elenco di sigle che, spesso, si incrociano, visto che di una stessa società detengono delle quote più enti locali. Nel 2014 per l’esercito delle partecipate è partito un piano di razionalizzazione che, a oggi, non è ancora concluso. Per volontà politica (vedi il caso di Explora, società della Regione, che la giunta Maroni ha deciso di rafforzare anzichè chiuderla); per burocrazia o perché, secondo le leggi del libero mercato, può capitare che a nessuno interessi acquistare la partecipazione in società pubbliche che non si capisce bene cosa facciano.

Difficile, spesso, capire la ratio della creazione di tante scatole cinesi di cui, a volte, non si sa più quale sia la ragione sociale. Esempi se ne trovano in ogni amministrazione: il Comune di Bergamo controlla direttamente solo sei società (dalla mobilità alle onoranze funebri), ne ha una collegata (l’Azienda farmaceutica municipale di Bergamo spa), e ha sei partecipazioni (come A2a, Sacbo, Uniacque) ma Atb mobilità controlla a sua volta altre cinque società (come avviene anche con Atm a Milano) che, a loro volta, hanno partecipazioni in altre tre società. Catene infinite che la razionalizzazione voluta tre anni fa dall’allora commissario alla spending review Carlo Cottarelli avrebbe voluto spezzare.

A raccontarlo sono anche le relazioni della sezione regionale di controllo della Corte dei Conti che, nei primi mesi di quest’anno, hanno analizzato il rendiconto generale della Lombardia nel 2016. Rilevando che “al netto delle anticipazioni a Finlombarda spa per il fondo sociosanitario, gli impegni verso enti dipendenti e società totalmente partecipate sono stati pari a 631,57 milioni di euro, di cui 155 per spese di funzionamento “. Una somma rilevante, insomma, serve a pagare stipendi e sedi di queste società: l’ultima indagine dell’area studi di Mediobanca rileva che i compensi medi più elevati nelle società partecipate sono in Basilicata e Lombardia, dove la media è di 53mila euro, ma si arriva a ben 111mila euro per le posizioni apicali.

E quindi, è il richiamo fatto alla Regione dalla Corte dei Conti appare “fondamentale continuare il percorso di efficientamento e di razionalizzazione di tali strutture”. Magari riuscendo a dismettere – come promesso – la partecipazione che il Pirellone ha attraverso Finlombarda in società come il Centro tessile cotoniero e abbigliamento spa o l’Agenzia per la Cina srl. Dismissioni che, di anno in anno, vengono riproposte senza che però si arrivi a un punto finale e di chiusura.

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