La tragedia della Shoah nell’opera di Charlotte Salomon

Per la prima volta a Milano la sua opera corale

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Raccontare la propria vita attraverso 270 dipinti. È quanto realizzato dalla pittrice berlinese, Charlotte Salomon, internata ad Auschwitz nel 1943 e morta incinta dopo pochi mesi.

Raccolte sotto il titolo “Vita? o Teatro?”  le tele, in mostra a Palazzo Reale  fino al 25 giugno, fanno parte  di un progetto narrativo più grande, iniziato nel 1940 e concluso poco prima di morire.

Attraverso una sorta di recita cantata, ugenere operistico in voga tra il XVIII e il XIX secolo in Germania, Salomon, pittrice dalle indubbie qualità artistiche,  studentessa brillante della scuola di Belle arti di Berlino, ci rende partecipi dell’opera più assurda di tutte attraverso quel palcoscenico imprevedibile che è la sua vita.

Costretta a scappare in Francia dai nonni materni dopo l’arrivo al potere di Hitler, verrà a conoscenza  dopo un grave lutto di una crudele verità: gran parte delle donne della sua famiglia, compresa la madre e la nonna, sono morte suicide. Una rivelazione questa, che la spinge a realizzare la sua grande opera biografica.

Un sorta di racconto pittorico integrato con dialoghi e musiche dove Salomon dipinge la storia della sua vita con nomi di fantasia. La gita con i nonni in Europa, la scuola di Belle Arti a Berlino, il rapporto con la matrigna, ma anche eventi tragici come il suicidio della madre e l’avvento del nazismo.

E così iniziando dalle tele  giovanili, caratterizzate da pennellate materiche con una particolare  attenzione verso colori forti e dalla quantità di gente ritratta; si continua il percorso espositivo arrivindo a dipinti sempre più vuoti, dominati da pochi colori e da sottili e veloci pennellate.

Affidata prima dell’arresto ad un medico francese, l’opera è arrivata al padre, fortunatamente sopravvissuto alla guerra, dopo la fuga in Olanda e regalata  al Rijksmuseum di Amsterdam. Da allora, è stata esposta nei più importanti musei del mondo: da Parigi a Londra da Tel Aviv a New York e ora, per la prima volta, in Italia.  Una dimostrazione di quanto l’arte sia prima di tutto testimonianza della nostra storia.

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