Le Capitali Europee della Cultura, una sfida che l’Italia non può perdere

La Cultura, quella con la C maiuscola, nel nostro Paese, gode dello stesso rispetto dovuto ai morti eccellenti, ai martiri, alle vittime di mafia e terrorismo. Ce ne ricordiamo solo per gli anniversari e le ricorrenze: mai durante l’anno. La Cultura non è più dunque “petrolio da sfruttare”, come sostenne Gianni De Michelis, ma un surplus, o, peggio, un vizio costoso. Sembra strano parlarne in Italia, il primo Paese al mondo per patrimoni dell’Unesco, dove però quasi nessuno legge (appena il 43% degli italiani ha letto un libro nell’ultimo anno) o visita un museo (25,9%). Ma, del resto, nemmeno investiamo per tutelare tale patrimonio: siamo ultimi in Europa per spesa di risorse pubbliche in cultura, appena l’1,1%, dietro alla Grecia (1,2%), lontanissimi da Germania (1,8%), Inghilterra (2,1%), Francia (2,5%) e Spagna (3,3%).
E ai parenti delle suddette vittime cosa resta? Lamentarsi d’esser stati lasciati soli dai governi, così come si levano, alte e inascoltate, le voci di chi con la Cultura lavora, mangia, vive.
Ultimo ad aggiungersi al coro intelligente, che chiede da anni contromisure concrete, è stato qualche giorno fa Zubin Metha, direttore del Maggio Fiorentino: «Ho soltanto una cosa da domandare al nuovo premier: la defiscalizzazione anche per la cultura. Gli studenti italiani scappano in Germania!».
Zubin Metha, lo stesso che, ventotto anni fa, nella città natale del premier a cui si rivolge, Firenze, era uno dei gli ospiti di richiamo della Città della Cultura Europea. Insieme a Carl Popper e Lepopold Senghor, a Eugene Ionesco e Ingmar Bergman.

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Nato l’anno precedente da un’idea della socialista greca Melina Mercouri e il francese Jack Lang, il riconoscimento si è rivelato in questi anni un’ancora vitale per molte delle quarantanove città che se lo sono visto assegnare. Un’idea che negli anni si è evoluta, che ha abbracciato modernità e tecnologie ma che, di fondo, è rimasta la stessa: una (o più) città che, ogni anno organizza (o organizzano) eventi, concerti, congressi, installazioni, gallerie e musei. Con i soldi di enti amministrativi, fondazioni, privati e, soprattutto provenienti dai fondi europei.
Il caso più eclatante è rappresentato da Liverpool, che nel 2008 incassò quasi otto volte la cifra spesa, 750 milioni di euro, e registrò un incremento del 34% di turisti durante tutto l’arco dell’anno rispetto al 2007, attirando, solo per gli eventi inerenti la candidatura, 10 milioni  di persone, 2,6 milioni delle quali straniere.
La città inglese non è stata l’unica a registrare numeri da record grazie alla nomina, che a tutte le latitudini europee, a chi l’ha saputa sfruttare, ha garantito incassi immediati e benefici a lungo, lunghissimo termine. Parte delle risorse investite ogni anno, infatti, vengono utilizzate per restauri e manutenzioni dei beni esistenti: musei, strade, vecchi quartieri, porti, ville, giardini. Anche nel nostro Paese, che di cultura non vuol sentir parlare, ma che nel 2019 potrà tentare nuovamente di sfruttare quest’occasione, la quarta, dopo la succitata Firenze, Bologna e Genova.
La prima, e a ora, ultima scrematura è avvenuta nel novembre dello scorso anno. Un comunicato ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, redatto dalla giuria europea “costretta” a scegliere le città in una rosa di ventuno, ha optato per Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna e Siena. Fuori sono rimaste, tra le altre, L’Aquila, Bergamo, Venezia (che rappresentava il più vasto bacino del Nordest), Urbino e Reggio Calabria. Ne sono seguite polemiche inevitabili, preludio a quelle che, forse, torneranno nell’autunno del 2014, quando la giuria si riunirà un’ultima volta per scegliere la Capitale Italiana.

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Pierluigi Sacco, Direttore di Siena Capitale Europea della Cultura 2019, delinea una panoramica sulle sei città finaliste

Per la prescelta si tratterà di un’occasione imperdibile, per rilanciarsi o, nel peggiore dei casi, tentare di rammendare il proprio tessuto sociale, economico e culturale, senza dimenticarsi l’esempio di chi l’ha preceduta.

Firenze, certo, che fu la prima delle città italiane, seconda nel continente, a essere eletta Capitale (anche se allora si usava il più modesto termine “Città”). La Regione Toscana stanziò, con un’apposita legge (42 01/09/86), un miliardo di lire. Il conto finale ne avrebbe fatturati 32, a fronte di un guadagno almeno (non esistono stime precise) due volte maggiore, grazie ai 184 eventi e, soprattutto, ai 650 mila visitatori.

Il prestigioso riconoscimento sarebbe tornato in Italia nel 2000, quando oltre a Bologna, per accogliere degnamente il Giubileo, sarebbero state scelte anche Reykjavìk, Bergen, Helsinki, Bruxelles, Avignone, Praga, Cracovia e Santiago de Compostela. Secondo alcuni studi condotti precedentemente, le aspettative dei cittadini felsinei erano alte e positive, nei confronti di un ruolo che, negli anni, era cresciuto di prestigio. I risultati di indagini successive rivelano invece come la governance della Bologna di allora non seppe sfruttare l’evento. Alcuni progetti vennero abbandonati per anni, altri modificati in corso d’opera; la pianificazione a lungo termine ne risentì drasticamente, risentendo anche, negli anni, dell’alternanza politica alla guida della città. Dieci anni dopo la candidatura, la cifra investita ha raggiunto i 75 milioni di euro, due terzi dei quali spesi entro il 2003, evidenziando un rallentamento di spese e, probabilmente, d’intenti.

Diverso, ben più longevo e benefico fu il caso di GeNova04. A fronte dei 241 milioni spesi, nelle casse del capoluogo ligure entrarono 440 milioni. Al termine di quell’anno la stragrande maggioranza dei cittadini, l’88,5%, si rivelò soddisfatta dei cambiamenti Ancora a distanza di dieci anni, la città e chi vi lavorò ricorda quell’evento che contribuì a far rinascere la città dopo i tumulti, il sangue e gli scandali del G8 del 2001.

infoGenova

Un caso di sapiente gestione di un evento di portata internazionale che, però, potrebbe avere degli epigoni tutti italiani. Risale infatti al dicembre del 2011 un disegno di legge presentato dal senatore in quota PD Alfonso Andria, che proponeva l’elezione annuale di una Capitale Italiana della Cultura.

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L’ex Senatore Alfonso Andria parla del suo disegno di legge per una Città Italiana della Cultura

Molte sono le parole spese negli anni, meno le iniziative concrete intraprese. La speranza, per contribuire a rilanciare l’economia e far risorgere un settore troppo presto dato per morto, è che tali iniziative diventino realtà, cosicché l’Italia cessi di essere il Paese, come disse Carlo Levi “della cultura ridotta soltanto a procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Riuscendo a sfruttare, magari, il capitale delle Capitali Europee, senza malagestione, campanilismi e miopi gestioni che purtroppo hanno inficiato il successo di tali iniziative in passato.

Jacopo Rossi 10 aprile 2014

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