Renzi show alla Triennale

Microfonato in perfetto stile da one man show, mani in tasca e aria disinvolta, Matteo Renzi passeggia sul palco sciorinando alla nutrita platea del salone d’onore della Triennale i suoi «sogni, idee e speranze». La presentazione del suo libro Fuori! (Rizzoli) – che la moglie rivela, in un sussurro, scritto nottetempo – è l’occasione per pronunciarsi in maniera informale e fuori dagli schematismi della comunicazione politica su questioni “scottanti” come il rinnovo della classe politica italiana, la priorità della meritocrazia nelle università, la necessità che il premier acconsenta a farsi processare.

Il sindaco fiorentino prodiga tanto di contributi video, letture, metafore colorite e toscanismi a gogó. Ha lo slogan facile, ma mette le mani avanti: «Se parlo di comunicazione mi dicono che sono di destra… ». La platea è sorridente ma a tratti impacciata, come chi non sa bene a cosa si trova davanti.

Con Rino Gaetano che fa da tappeto (Nun te reggae più), Renzi ha il tono faceto del Benigni di un tempo (quello di Berlinguer ti voglio bene, mica di Sanremo) ma dopo le digressioni e le licenze poetiche torna sempre sull’attualità stringente. Come la “questione femminile”: secondo lui «nello spettacolo di questi giorni, la cosa più atroce non è l’uso del corpo delle donne, ma l’atteggiamento di fratelli e madri che dicono a sorelle e figlie: “Datti da fare!”».

Ma prima che sessista, la chiave del sindaco di Firenze è generazionale. La sua sembra una lotta senza bandiere, come da novello Brancaleone, contro «i soliti noti, i tromboni e i trombati» della classe dirigente italiana, come recita la quarta di copertina del libro. In questo a destra come a sinistra manca la volontà di cambiare. E se da una parte il residuato ideologico rifiuta di rottamare i suoi vetusti mentori (Pd), dall’altra il “berlusconismo” è uno spartiacque che detta legge dal ’94: «Vent’anni di berlusconismo hanno diviso l’Italia in una sorta di derby permanente: non si può fare una mossa senza essere tacciati di essere pro o contro Berlusconi».

Ma Renzi, che si ispira allo “sloganismo” di Obama e al suo miracolo comunicativo, è nell’occhio del ciclone: dimostrerà di prescindere da questo perverso derby? Forse sì, ma il prezzo rischia di essere una sostituzione del soggetto, non un cambiamento della strategia.

«Il mio libro finisce con l’ottimismo. Basta al “tristismo” di un paese sfigato», osserva alla fine del suo show. E aggiunge di riconoscere che l’ottimismo oggi sembra un valore quasi volgare, fuori moda, ma è «un rischio che va corso».

Come il suo illustre conterraneo Dante, chiosa con metafore stellari ogni affermazione che ritiene degna di nota, ma nel segno della contemporaneità: citando quanto Mario Luzi, ermetico fiorentino, aveva detto di un suo predecessore, il sindaco fiorentino Giorgio La Pira, Renzi si augura che la politica italiana riconosca il bisogno di “stellare forte la notte”. Ma rimane in bilico. Come un Brancaleone emendato dalla sua natura di outsider, non si sa – ma si saprà – se Matteo Renzi finirà per ricreare una nuova mitologia (o mitomania) similberlusconiana o coltiverà la speranza fascinosa, e legittima, di “rottamare” una politica esausta.

Sara Mariani

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