Stampa e magistratura contro il bavaglio – Video

Che cos’hanno in comune magistrati e giornalisti?
Apparentemente poco o niente, ma in questi ultimi mesi, a ben guardare, sono stati ripetutemente oggetto di attenzioni e critiche da parte dell’esecutivo.
A due soli giorni dallo sciopero della carta stampata, l’Ordine dei giornalisti lombardi ha voluto organizzare un pomeriggio di dibattito, confronto e discussione sul ddl Alfano.
I professionisti dell’informazione sono stati affiancati da magistrati, costituzionalisti, avvocati, artisti ed attori che hanno contribuito a chiarire alcuni punti di fonto del decreto legge che dovrebbe regolamentare le intercettazioni telfoniche e la loro pubblicazione.

[flv:/wpmu/files/2010/07/liberta-di-stampa.flv /wpmu/files/2010/07/bavaglio-allinformazione.jpg 500 375]

1 Luglio, la giornata dei direttori
Giornalisti, magistrati, poliziotti, sindacalisti e cittadini comuni.
È un fronte eterogeneo ma compatto quello che in questi giorni si sta opponendo alla legge contro le intercettazioni, voluta dal Governo Berlusconi per tutelare la privacy dei cittadini. Privacy che, dal punto di vista dell’attuale esecutivo, sarebbe quotidianamente messa a repentaglio a causa della mancanza di regole chiare in grado di disciplinare le intercettazioni telefoniche e, soprattutto, la loro pubblicazione sui giornali.
Ecco allora che giovedì scorso al Circolo della Stampa di Milano si è voluto fare il punto sul disegno di legge, almeno nella versione “light” approvata dal Senato. Per farlo, la Federazione nazionale della stampa ha riunito intorno a un tavolo i direttori di alcuni dei più importanti giornali milanesi.
Da Vittorio Feltri al direttore del Giorno Giovanni Morandi, da Gianni Riotta (foto a sx) al numero due del Corriere, Giangiacomo Schiavi. Tutti attenti ad ascoltare la “lezione” di Caterina Malavenda, avvocato scelto dalla Fnsi per guidare il ricorso a Strasburgo nel caso in cui la cosiddetta “legge bavaglio” dovesse essere approvata anche dalla camera. “Sono due i principi intollerabili di questa legge – ha spiegato Malavenda – fino ad oggi, nel momento in cui dalle stanze del Gip usciva il materiale investigativo e veniva consegnato alle parti, questo era automaticamente reso pubblico e quindi pubblicabile. Si sono verificati casi in cui all’interno delle carte finissero anche stralci di intercettazioni non utili alle indagini e lesivi della privacy di persone non indagate, che venivano sbattuti in prima pagina. La nuova legge non colpisce il comportamento del giudice che inserisce all’interno dei documenti utili per le indagini anche materiali lesivi della privacy, ma preferisce sanzionare i giornalisti e gli editori, che tuttavia formalmente non commettono alcun illecito”. Il secondo punto riguarda il divieto di pubblicazione dei nomi di pm e giudici sui giornali. Divieto motivato da un eccessivo protagonismo di alcuni magistrati. Ma è senza dubbio il primo punto quello che turba maggiormente i direttori dei giornali, anche perché le sanzioni in caso di inosservanza della legge sono durissime, sia per i giornalisti che per gli editori. Il giudizio è unanime: “si tratta di una legge complicata e una legge complicata è sempre una brutta legge”.
In una sala non certo colma di gente, sono due gli elementi che saltano all’occhio. Da un lato la presenza attiva di rappresentanti dei sindacati confederali e dell’Ugl, uniti nel condannare un provvedimento che, per dirla con Onorio Rosati della Cgil, “è il frutto malato dello scontro in atto tra politica e il binomio informazione/magistratura”.
Dall’altro l’assenza in platea di giovani giornalisti o aspiranti tali che da un’eventuale legge bavaglio saranno di certo i più colpiti.
Nonostante lo spirito punitivo che secondo i direttori anima questa legge, il gotha della stampa meneghina non rinuncia a recitare il mea culpa per alcuni errori del passato.
“La pagina più nera del giornalismo dell’ultimo periodo è stato il Ti amo di Anna Falchi a Ricucci”, tuona Andrea Monti, direttore della Gazzetta dello Sport (foto in alto a dx).
Ma forse è anche vero, come è stato detto in sala, che “la legge non deve incutere paura ai suoi cittadini, ma dare delle regole”. E questo vale soprattutto per il mondo della stampa italiana, già viziato dalla presenza di moltissimi “editori non puri”, per il quale il rischio autocensura si rivela ancora più grave.
In merito allo sciopero, il direttore de “Il Giornale” Vittorio Feltri si esprime chiaramente: “Non stampare contro la libertà di stampa è da imbecilli, è sicuramente meglio sfruttare le nostre armi”. Posizione condivisa in modo trasversale dagli editoriali e i fondi di direttori di testate di tutti i colori politici, che venerdì andranno in edicola comunque, con una protesta unanime e armata di parole. Una scelta che di certo non fermerà le polemiche, poiché si tratta di una lotta condotta, secondo i detrattori, “a braccetto” con i padroni. Vero è però che gli editori dei giornali hanno sempre dichiarato di appoggiare le posizioni della federazione nazionale dei giornalisti, anche qualora la protesta avesse assunto toni più radicali e si fosse concretizzata in un silenzio stampa.
Ultima ma non meno amara la questione sollevata dal direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio (foto in alto a sx) che ha dedicato poi una parte del suo intervento ai tagli all’editoria e ai contributi per gli abbonamenti postali: “Quelle che soffriranno di più a causa dei tagli e di questa brutta legge saranno le piccole testate, che dovranno rinunciare ad occuparsi di giudiziaria per non incorrere in sanzioni che taglierebbero loro le gambe. Si tratta di un mondo composto da moltissime realtà che coprono capillarmente il territorio italiano e che rischia di scomparire”.

Manuela Messina
Carolina Saporiti
Tommaso Tafi

CondividiShare on Facebook0Tweet about this on Twitter0Share on Google+0

Comments are closed.