Vivere con il velo in Italia, tra pregiudizi e normalità

Camminare per strada e sentirsi osservati. Entrare in metropolitana e vedere le persone allontanarsi. “Succede, non sempre, ma ogni tanto succede”. La ragazza che parla è italiana, ha 20 anni e vive a Milano. “Leva quel fazzoletto dalla testa”, “Torna al tuo paese”, “Terrorista”, sono gli insulti più frequenti. Vivere in una città occidentale per una donna musulmana che porta il velo vuol dire anche dover fare i conti con i pregiudizi. “Le persone che incontro, vedendomi con il velo, a volte mi dicono: ‘ribellati, perché continui ad essere sottomessa agli uomini?’. Io li guardo, sorrido e rispondo che non sono sottomessa a nessuno”. Di origini algerine, Sara Gueddouda, studentessa, indossa il Hijab (il tipo di velo che lascia scoperto tutto il viso) da quando aveva 14 anni. “Ormai sono abituata a viverci, ma al di là di occhiatacce sull’autobus e insulti verbali – di certo non piacevoli – non sono mai stata vittima di episodi di razzismo che mi hanno messa davvero in difficoltà”, racconta. “Spesso dimentico addirittura di averlo. Questo perché sono italiana e vivo italiano”. “Le ragazze che mettono il velo devono fregarsene dei pregiudizi, portandolo con grande onore e orgoglio. Purtroppo, fin quando non si calmeranno le acque, i preconcetti rimarranno. Quello che io consiglio loro è di avere tanta pazienza”, commenta Maryan Ismail, docente di Antropologia dell’Immigrazione e Segretaria di Circolo del Pd Città Mondo. “Se hanno deciso di portarlo devono essere pronte ad accettare le conseguenze di una scelta che, in questo momento, certamente è coraggiosa e controcorrente – continua – D’altronde non c’è nessuna legge che gli strapperebbe mai il velo dalla testa, perché siamo in un paese democratico, esistono pensieri favorevoli e pensieri contrari, ma fa parte della scuola della vita”. Di origine somala, Maryan Ismail, arrivata in Italia a 21 anni come rifugiata politica, è musulmana praticante, ma non porta il velo “La mia religione non mi obbliga a farlo, poi per tradizione non ce l’ho, non vedo perché dovrei coprirmi il capo se non ho voglia di farlo”.

Nessuna costrizione.
Niente obblighi. E’ quello che anche Sara racconta. “La mia famiglia mi ha lasciata libera di scegliere”, e aggiunge “nel Corano c’è scritto che le donne devono portare il velo, ma la religione è un rapporto tra te e Dio, se una persona si sente a disagio nel metterlo può farne a meno”.
Analoga a quella di Sara è la storia di Esraa, che ha scelto di indossare il velo a 13 anni.

Guarda il video. “Dietro un velo di speranza. Esraa Abou El Naga”.

Mettere il velo per Esraa, così come per Sara, è stata una scelta personale e maturata liberamente. Tuttavia, per le ragazze musulmane che vivono in Italia scegliere di coprire il capo non è sempre un’opzione. Non tanto perché costrette, quanto piuttosto perché incoraggiate e sollecitate dal vivere in un comunità autoreferenziale che si viene a creare nello stabilirsi in un altro paese. Spesso queste ragazze sono abituate sin da bambine a frequentare esclusivamente persone appartenenti alla loro stessa comunità religiosa, e quindi, quella del velo, diventa una scelta non propriamente costretta, quanto però scontata.

Integralismo.
Undici settembre, attentato di Madrid, attentato di Londra, nascita dell’Isis, strage di Charlie Hebdo e del museo di Tunisi, solo per citare alcuni casi, i riflettori sulle persone islamiche si sono accesi sempre di più in un’accezione esclusivamente sfavorevole. “Dall’attentato alle torri gemelle, l’impressione sull’Islam è negativa, e da lì ad oggi abbiamo già un’intera generazione di bambini cresciuti con l’incubo dell’Islam”, commenta Maryan Ismail. Assuefatti da un’informazione che dipinge tutti i fedeli musulmani come attentatori, gran parte della popolazione occidentale ha ormai maturato un’equazione mentale per la quale musulmano è sinonimo di brutale nemico.
Impossibile non dire, tuttavia, che l’estremismo islamico è una realtà che esiste e che spaventa davvero. Ne sa qualcosa proprio Maryam Ismail, il cui fratello, Yusuf Mohamed Ismail, 57 anni, ambasciatore somalo all’Onu di Ginevra, è stato ucciso lo scorso 27 marzo da alcuni guerriglieri di Al Shabaab, un gruppo fondamentalista legato ad al Qaida. I terroristi hanno infatti assaltato l’Hotel Maka al-Mukaram, nel centro di Mogadiscio, dove il diplomatico si trovava insieme ad alcuni parlamentari somali. Il bilancio delle vittime del blitz è di 18 morti, tra cui dieci civili, sei miliziani del gruppo islamista e due agenti della sicurezza.
Spesso, ad essere molto grave è anche che la condizione delle donne musulmane nel mondo. Esistono ancora, e non sono poche, persone costrette dai propri mariti o padri a coprirsi parzialmente o integralmente – caso limite è quello del Burqa – uomini che praticano la poligamia (che il Corano permette), e donne uccise perché adultere.  Senza andare troppo lontano, anche in Italia, negli anni, si sono registrati casi di ragazze musulmane massacrate dagli uomini per alcune loro scelte. Come, ad esempio, nel caso di  Sanaa Dafani, uccisa a Montereale Valcellina vicino a Pordenone nel 2009 dal padre, che non sopportava la convivenza della figlia all’infuori del matrimonio, o nel caso di Hina (del 2006), che nel bresciano fu sgozzata dal padre e sepolta con la testa rivolta verso la mecca perché “viveva da occidentale”.

Dati.
Come spiega Maryan, però, “L’Islam ha mille facce e generalizzare è un azzardo. Ci sono paesi africani, asiatici, europei, come l’Albania, che professano la religione islamica, e ciascuna delle comunità ha le sue tradizioni, regole, usi, costumi. Dare una visione monoblocco sulla questione è abbastanza improprio”.
Numeri alla mano, ad essere musulmana, secondo la rivista Pew Research, è il 23 % della popolazione mondiale, circa 1,6 miliardi di persone. Nello specifico, in Europa i seguaci del Profeta sono circa 43.490.000. Germania e Francia detengono il record, con rispettivamente 4.760.000 e 4.710.000 musulmani sul territorio, mentre in Italia gli islamici sono 2.220.000.
Ci sono, poi, diverse correnti all’interno dell’Islam, che interpretano il Corano in modo diverso, e ben quattro scuole giuridiche. “Ciò deriva anche dal fatto che la lingua araba si presta a più interpretazioni, perché le radici dei verbi hanno diversi significati a seconda dei contesti”. Difficile, quindi, come specifica Maryan Ismail, dare un giudizio unitario sull’Islam. “Sui dogmi – puntualizza – siamo tutti d’accordo, ma ci sono letture ed interpretazioni diverse”.

Il Corano.
Il Corano incita all’odio e alla violenza e costringe la donna ad una condizione di inferiorità e schiavitù. E’ questo che siamo stati abituati a sentire. Ma, come specifica Maryan, che prende chiaramente le distanze da ogni gesto violento dei musulmani radicali, “il Corano incita all’odio e alla violenza né più né meno della Torah, del Vecchio Testamento o dei Vangeli, nell’essere chiamati tutti quanti alla difesa della religione – la stessa cresima significa diventare un guerriero di Gesù. ‘Combattete, armatevi’ fa parte di tutte le storie belliche della religione umana e di tutte le religioni”.
Così come raccontato da Esraa, anche Sara si distacca convintamente da coloro che, sventolando la bandiera della religione, compiono gesti estremi e violenti. “Chi commette questo tipo di azioni non c’entra nulla con il nostro Islam”, dice. “I componenti dell’Isis sono dei pazzi radicali. Sinceramente non so quale Islam stiano praticando perché ciò che dicono è inesistente. Giocano sul Corano a nome di tutti i musulmani, ma lo leggono in maniera impropria”.

Una convivenza possibile.
Un’integrazione, quella delle donne musulmane nelle nostre società, non facile per una serie di motivi: pregiudizi, paura del diverso, stigmatizzazione, generalizzazione. Tuttavia, stando alle parole di Sara ed Esraa,  non è affatto impossibile. “Vivo molto normalmente, per me il velo è un accessorio, è come avere un cappellino o una sciarpa, anche se chiaramente i motivi che mi hanno spinta a metterlo sono stati altri”, racconta Sara. “All’inizio avevo paura che il velo avrebbe potuto causarmi problemi a scuola. Poi, in realtà, ho scelto di indossarlo proprio per la paura di affrontare la vita da liceale senza. Mi sono posta il problema di come avrei potuto spiegare ai miei compagni che sono musulmana. In più avevo paura che mi sarei potuta lasciare andare a cose che non dovevo fare, quindi lo vivo anche come una sorta di protezione”.
Differenze nella vita di una ragazza musulmana e una che non lo è, chiaramente permangono. Niente sigarette, alcool e discoteca per Sara, “ma non importa. Non ho bisogno di queste cose per divertirmi, posso farlo in altro modo”.

Alessandra Teichner

Pubblicato il 14 aprile 2015

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